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CRICD Regione Siciliana - Unità Operativa 3

IL PROGETTO ARCA DEI SUONI

Arca dei Suoni mira a valorizzare il patrimonio culturale della Sicilia: i cittadini e le comunità locali sono invitati a partecipare al 'racconto' della cultura siciliana, condividendo i loro contributi audiovisivi e testuali per creare insieme 'valore culturale'

Arca dei Suoni is aimed at promoting the Sicilian cultural heritage: citizens and local communities are invited to contribute to the ‘narrative’ of Sicilian culture, sharing their audiovisual and text documents in order to co-create 'cultural value’

 
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Questo intervento è il frutto della mia attività di valorizzazione del fondo sonoro del  Brass Group Palermo, assegnatami qualche anno fa da Orietta Sorgi. È un corpus sonoro di grande rilevanza storica, comprendente 280 nastri di concerti jazz dal 1975 al il 1991, con nomi consegnati alla storia musicale del ‘900 come Mingus, Roach, Baker, Gillespie etc.

Mingus Festival Image

Un’importantissima fonte documentale, per studiare i sincronici caratteri stilistici di una estetica (in questo caso la metà degli anni ’70), ma anche un fondamentale strumento di riflessione critico-storiografica sulle principali componenti del jazz e del suo mondo.

Un’occasione per cogliere il senso e le forme del jazz nella sua totalità,  per contrastare una concezione positivistica della storia del jazz, vista come meccanico avvicendamento di stili, che porta in genere critica e pubblico alla reificazione di ciò che è nuovo e contemporaneo, a discapito dei modelli.

Capita così che le nuove generazioni di jazzofili non conoscano a fondo geni del calibro di Mingus, Gil Evans e Max Roach in favore di giovani jazzisti “plastificati”,  la cui carriera è stata costruita a tavolino da rampanti manager.

La prospettiva diacronica ed insieme sincronica qui adottata,  permette invece di cogliere le innumerevoli risonanze interne che accomunano i vari stili del jazz, per comprendere compiutamente la nostra contemporaneità musicale.

Emblematico è in tal senso l’arte di Charles Mingus, documentata nel secondo volume dei cd dedicati ai concerti storici del Brass,  prodotti da questo Istituto. Un genio ineguagliato del ‘900 musicale, la cui scrittura continua ad esercitare a tutt’oggi un’influenza fondamentale sul jazz di oggi.

Si pensi al fatto che le opere dei più creativi improvvisatori di oggi  (da Steve Coleman a David Murray) sono profondamente intrise dei principi formali e sonori, introdotti negli anni ’50 e ‘60 dal geniale contrabbassista afroamericano: tra tutti il chorus esteso, l’adozione di strutture dalla durata indeterminata, o ancora l’esaltazione della polifonia modulare nell’improvvisazione collettiva, con frequenti quanto vorticose accelerazioni e decelerazioni del tactus.

Originale scrittore, coraggio produttore indipendente, portavoce delle tensioni che animarono la comunità jazzistica del tempo, Mingus ha creato una musica multicentrica e poliforme, che trascende le varie forme del jazz, per  integrarle  –soprattutto agli inizi –con l’amore  per  il sinfonismo europeo e le tradizioni musicali latino-americane.

Riletto da Mingus a Palermo nel 1976, “Remember Rockfeller At Attica”, ben  mette in luce l’originalità di una scrittura estremamente variegata,  che sublima con rara forza visionaria un mondo psicologico sofferto e tormentato, ricco di vibrante e a tratti gioioso trasporto emotivo.

Si impone in modo travolgente l’energia cosmica di una pratica musicale condotta  all’insegna di forme aperte ed oscillazioni di tactus: proiezioni proteiformi di un genio che come pochi altri  ha prefigurato la nostra contemporaneità musicale.

Da Gillespie a Roach passando per Don Cherry ed Art Ensemble Of Chicago, innumerevoli sono i protagonisti di questo scrigno sonoro. Artisti unici, in grado di donare al pubblico imprevedibilità, fantasia, tensione emotiva, insieme a ciò che negli Stati Uniti si definisce “stamina”: l’energia vitale ed irripetibile del climax espressivo, favorito dalla dimensione live.

Musicisti  geniali per il modo superbo di ricreare con la vis improvvisativa gli standard interpretati, agendo come fa l’occhio umano dinanzi ai colori di un quadro visto in un museo, trattenendo cioè  nella memoria uno spettro diverso, a seconda della propria cultura, sensibilità e fisicità.

Prima di addentrarmi nei criteri adottati, vorrei ricordare che nel jazz i nastri di concerti e trasmissioni radiofoniche rivestono un’importanza fondamentale almeno quanto le incisioni in studio.

Nelle esibizioni “live” i musicisti elaborano strategie esecutive e d’arrangiamento, spesso non riscontrabili nelle incisioni discografiche, o in qualche caso propedeutiche ad esso.

Paradigmatica è in tal senso la traccia n. 5 (“Azure”) del cd sopra citato, dove Phil Woods mette da parte lo strumento che lo ha reso celebre – il sax contralto- per imbracciare il clarinetto e rileggere un immortale classico di Ellington. Sfogliando le riviste specializzate e quotidiani, ho ricostruito le tappe della tournèe italiana di Woods iniziata a Palermo nel marzo del 1984, culminata con l’incisione live dello splendido disco “Integrity” di aprile dove la versione ufficiale di Azure è l’esito di una strategia d’arrangiamento che ha inizio proprio a Palermo, con Tom Harrell alla tromba.

Maurizio Zerbo