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Istituto Alberghiero

 

Ripiddu nivicatu

Ripiddu nivicatu

IV O AT - professoressa Graziella Guerrera


Omaggio all’Etna
Tantissimi sono i miti legati alla nascita dell’Etna, più o meno cruenti.
Etna è il nome di una dea della mitologia greca, considerata figlia di Urano e Gea. Il drago Tifone si supponeva vivesse nelle viscere dell'omonimo vulcano e fosse causa di distruttive eruzioni. La Sicilia, terra di vulcani e frumento, era causa di dispute tra Efesto e Demetra, divinità rispettivamente del fuoco e delle messi, nelle quali Etna fece da arbitro.
Nella sua veste di Thalia, con Adranos ha generato i Palici, divinità gemelle venerate presso i Siculi. Il vulcano era conosciuto in età romana come Aetna, nome derivante dalla parola greca Aitho (bruciare) o ancor prima dalla parola fenicia Attano.
Gli arabi chiamavano la montagna “Gibel Utlamat” (la montagna del fuoco), nome successivamente storpiato in Mons Gibel e nel Medio Evo in Mongibello, che deriva dall'italiano "monte" e dall'arabo "djebel" che ha il medesimo significato e che è attualmente il nome della montagna, non del vulcano.
Le eruzioni regolari della montagna, spesso drammatiche, hanno reso l'Etna un protagonista della mitologia classica, la quale ha cercato di spiegare i terremoti e gli smottamenti tramite l'invenzione di dei e giganti (per esempio si credeva che Eolo, il re dei venti, avesse imprigionato i venti sotto le caverne dell'Etna), ma ha anche dato origine a leggende d'amore, come quella di Aci e Galatea.
Forse la più suggestiva leggenda riferita a “la montagna”, come affettuosamente la chiamano i catanesi, è quella del gigante Tifeo, che nella mitologia greca era un mostro nemico di Zeus. Figlio di Gaia aveva tre teste, di cui una sola umana, una coda e delle ali. Quello che si dice un brutto soggetto! Venne gettato dentro l'Etna e da qui continuava ad emettere cenere e fumi. Per certi aspetti Tifeo è il simbolo della ribellione, un cattivo che per vendetta si scaglia contro il potente di quegli anni, Zeus. Come spesso accade ai ribelli il nostro amico gigante viene sconfitto, ma non muore e il suo respiro diventa vulcano.
Narra la leggenda che la Sicilia sia sorretta da un gigante: questo gigante si chiama Tifeo, che osò impadronirsi della sede del cielo e per questo venne condannato a questo supplizio. Sopra la sua mano destra sta Peloro (Messina), sopra la sinistra Pachino, Lilibeo (Trapani) gli comprime le gambe, e sopra la testa grava l'Etna.
Dal fondo, Tifeo inferocito proietta sabbia e vomita fiamme dalla bocca. Spesso si sforza di smuovere il peso e di scrollarsi di dosso le città e le grandi montagne e allora la terra trema.
Per rendere omaggio alla meravigliosa e affascinante montagna è stato creato un piatto che con la forma e i colori rappresenta il vulcano legando insieme i sapori del mare e di questa fantastica terra:

U  Ripiddu nivicatu


Ingredienti per 8 persone:
800 g  di riso
2 cipolle grosse
1 kg di seppie
400 g di ricotta fresca
60 g di salsa di peperoncino piccante
200 g di estratto di pomodoro
1 bicchiere di vino bianco secco
 olio d'oliva q.b
 sale e pepe nero q.b.

Preparazione:
Puliamo le seppie separando il corpo dalla teste, tirando delicatamente. Eliminiamo le interiora e l'osso, asportando con attenzione le sacche del nero, poi mettiamole in una ciotola. Eliminiamo gli occhi e il becco, spelliamo le teste, sciacquiamo insieme ai tentacoli e poi tagliamo tutto a tocchetti.  Tritiamo finemente la cipolla e rosoliamola in tegame con olio d'oliva, aggiungiamo le seppie tagliate a pezzetti non appena la cipolla ha finito di rosolare e facciamo cuocere per circa cinque minuti. A questo punto aggiungiamo il bicchiere di vino bianco secco e l'estratto di pomodoro,  quindi il nero delle seppie messo da parte. Allunghiamo d'acqua quanto basta per ottenere il condimento sufficiente per il riso e facciamo cuocere per circa due ore; poi aggiungiamo sale, pepe nero o peperoncino, secondo i gusti. A parte cuociamo il riso amalgamandolo a fine cottura con la salsa nera di seppie. In un vassoio di forma ovale versiamo al centro il riso nero, sistemandolo a tronco di cono, cioè spianando la cima. Sopra plasmiamo la ricotta fresca setacciata, completando così la montagna. Creiamo una piccola conca sulla sommità e versiamo, su quello che è divenuto ormai il cratere del vulcano, il fuoco di una salsa piccante al peperoncino pestato con l'aggiunta di qualche goccia d'olio e salsa rossa di pomodoro: ora l'Etna è davvero in eruzione.
Per ottenere una perfetta resa la pietanza va servita calda (il riso nero) e si dovrà aver cura di prendere con la posata, partendo dal basso, contemporaneamente: riso nero-ricotta salsa piccante, senza però amalgamare tutto.
I diversi gusti debbono fondersi in bocca in una sinfonia di sapori.