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Sono tre le caratteristiche di fondo della programmazione concertistica del Brass Group Palermo, intrapresa nel ’74 dal maestro Ignazio Garsia: le produzioni originali in prima europea; il livello costantemente elevato dei concerti; il saper valorizzare tutti gli stili del jazz. Un cartellone sempre lungimirante, che  ha contribuito in modo decisivo alla formazione di almeno due generazioni di jazzofili e soprattutto creativi jazzisti,in larga parte confluiti nell’Orchestra Jazz Siciliana.

Sono rassegne concepite all’insegna di una progettualità trasversale, per dar voce alle avanguardie storiche, riscoprire talenti misconosciuti o dimenticati, valorizzare talenti locali. Il fine è quello di affiancare i più meritevoli talenti locali ai grandi nomi del jazz internazionale, per dimostrare quanto la crescita dei giovani musicisti passi attraverso il confronto con i solisti più esperti.

Paradigmatica è in tal senso la traccia numero tre del disco proposto, eseguita dall’Orchestra jazz Siciliana sotto la direzione di Gil Evans: un mirabile connubio artistico, che esalta tutte le possibilità  timbriche ed espressive di una delle big band più longeve ed autorevoli del panorama jazz nazionale. Alla base c’è un lavoro costante di riarrangiamento e di verifica meticolosa, con in più verve ritmica, mirabile alternarsi di tensione e distensione, duttilità  espressiva. Quanto agli altri brani sotto citati,  essi restituiscono tutto il fascino e la magia ammaliante di concerti di grande rilievo, che non hanno avuto una loro registrazione discografica.  Per questo motivo, oltre all’ intrinseca valenza estetica, l’esigenza di una loro documentazione discografica si rende tanto più necessaria per la ricerca storiografica in ambito jazzistico.

In tale sede i giudizi musicologici sono spesso indeboliti dalla sola documentazione discografica in studio, che non basta a riassumere la creatività degli artisti, spesso sublimata nei concerti e nelle trasmissioniradiofoniche.   Da Charles Mingus a Max Roach, da Milt Jackson a Phil Woods, sono artisti tra i più rappresentativi del jazz moderno, che hanno avuto un’influenza decisiva su larga parte del jazz suonato oggi, sia a livello compositivo che sul piano dell’organizzazione sonora.Musicisti unici, poiché in  grado come pochi altro di donare al pubblico imprevedibilità, fantasia, tensione emotiva. Sono tre parametri sublimati al massimo grado dalla pratica jazzistica di questo disco, insieme a quella che in America si definisce stamina: l’energia vitale, unica, irrepetibile del climax espressivo favorito dalla dimensione live.

E poi c’è l’intenso lirismo apollineo di Baker, che ben si completa con la magniloquenza ritmica di Roach e la leggerezza solistica di Woods. Come ciliegina sulla torta, l’imprevedibile performance mingusiana, condotta all’insegna di tre parametri: forme aperte; oscillazioni di tactus con decelerazione graduale; fluttuazione di movimenti binari e ternari: più che principi formali, non sono forse una poetica trasfigurazione musicale degli imprevisti, nonché degli alti e bassi che la vita ci riserva? Proiezioni proteiformi di un autentico genio, che come pochi altri ha prefigurato la nostra contemporaneità musicale.

Con la rivisitazione di Azure, il duo Woods/Harrell ci regala fascinosi momenti di lirismo e pathos. Le linee melodiche lunghe e trasognate della tromba si incontrano a meraviglia con il clarinetto di Woods,  per un incontro condotto mirabilmente sul piano della pura poesia. La loro fu un‘empatica collaborazione, che si snoda nel segno di tre parametri: concentrazione, classe e sensibilità nel ricreare tutto il fascino immortale di uno dei più noti  ammalianti standard ellingtoniani.

Svetta soprattutto la tromba malinconica e trasognata del magnifico Tom Harrell, il quale è già un “classico” vivente perché appartiene a quella ristretta categoria di artisti per i quali la musica è sinonimo di poesia. Il suo è un incedere lirico ed emozionante, che sin dalle prime note non mancherà di suscitare negli ascoltatori emozioni forti e profonde. Un genio del proprio strumento, cui non manca davvero nulla: classe, souplesse, pathos ed integrità artistica.

Tutte qualità facilmente percepibili in questo memorabile concerto palermitano del 1984,  in cui il Nostro sa ancora una volta essere coinvolgente, delicato, crepuscolare.Una costruzione fraseologica  tutta da assaporare, che investe tutta la formulazione di un assolo semplicemente strepitoso.

La rivisitazione di “ ‘Round Midnight” lascia intravedere l’intelligenza musicale di uno dei grandi maestri del jazz drumming.  È un Max Roach  in gran forma, pronto a dettare con nuovi colori le magnifiche geometrie originali dello standard interpretato.      Insieme al contrabbasso di Tyron Brown, la trainante dinamica della  sua batteria costituisce un motore propulsivo esemplare ancorché  inarrivabile per le ritmiche europee,  che il trombettistaCecil Bridgwater  ed il sassofonista Billy Harper utilizzano al meglio per produrre un fraseggio post-bop dinamico e frastagliato.

Maurizio Zerbo