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Per la sua straordinaria rilevanza storico-musicologica, il fondo sonoro del Brass Group è una fonte documentale fondamentale ai fini dello studio del jazz, che nella dimensione live esalta la corporeità del singolo e la  personalizzazione sonora del musicista. Tale considerazione presiede alla realizzazione del terzo cd dedicato ai concerti storici della Fondazione, per valorizzare un corpus sonoro tra i più importanti in Europa, con nomi consegnati alla storia musicale del ‘900.

Più che un archivio, è un giacimento di tesori nascosti per studiare i sincronici caratteri stilistici dell’estetica jazzistica (in questo caso anni ’70 ed ‘80), ma anche imprescindibile strumento di riflessione critico-storiografica sulle principali componenti del jazz. Un’occasione per cogliere il senso di questa musica nella sua totalità, per contrastare una  concezione positivistica della storia del jazz, vista come meccanico avvicendamento di stili, che porta in genere critica e pubblico alla reificazione di ciò che è nuovo e contemporaneo, a discapito dei modelli.

Capita così che le nuove generazioni di jazzofili non conoscano i grandi protagonisti dello swing in favore dei musicisti. La prospettiva diacronica ed insieme sincronica qui adottata, permette invece di cogliere le innumerevoli risonanze interne che accomunano i vari stili del jazz, per comprendere la nostra contemporaneità musicale. Vi si ascoltano musicisti geniali, che ricreano con la vis improvvisativa gli standard interpretati, agendo come fa l’occhio umano dinanzi ai colori di un quadro visto in un museo,trattenendo nella memoria uno spettro diverso, a seconda della propria cultura, sensibilità e fisicità.

Sono in tale senso emblematiche le nove tracce proposte, in cui l’esibizione live estende le modalità di fruizione da parte del pubblico rispetto al tradizionale veicolo di trasmissione (il disco), scongiurando la ripetivitità delle esecuzioni codificate nelle incisioni ufficiali. A far da comune denominatore, la rara capacità di stabilire con i brani interpretati un rapporto intimo e confidenziale, per scavare a fondo dentro le radici ritmico-armoniche ed infondervi nuova luce. Come valore aggiunto, una vibrante espressività che nel caso di Woody Shaw  e Michel Petrucciani sembra riassumere l’essenza del jazz.: comunicativa, swing, capacità di trasmettere profonde emozioni, racchiuse nell’attimo irripetibile di ammalianti giochi improvvisativi.

Se Italo Calvino fosse stato appassionato di jazz, avrebbe celebrato Oscar Peterson quale campione di “leggerezza”. Fu questa la chiave di lettura del suo concerto palermitano (1987), sviluppatosi nel segno di una straripante vena bluesy. Una lezione di squisita musicalità da parte dell’allora sessantacinquenne pianista canadese, condotta con swing e souplesse per far apparire semplice e naturale ciò che facile in realtà non è. La sostanziò come sempre una maestria tecnica senza pari, per coniugare il virtuosismo con l’interplay e la comunicazione.

Lo stesso dicasi per Clark Terry alla guida de “The Great Basie Eight”, con l’omaggio a Count Basie. Da parte del leader, niente divismo e giochi gigioneschi; solo armonizzazioni sontuose  per costruzioni  melodiche accattivanti, illuminate da un contagioso blues feeling. Ancora la forza dello swing in primo piano con i “Guitar Summit”, che si insinuò  nel pubblico come una fragorosa freccia di Cupido. L’atmosfera calda e confidenziale dell’esibizione live fece il resto, favorendo il fraseggio rilassato e colloquiale dei musicisti, alle  prese con un immortale standard di Benny Goodman.

La rivisitazione della rollinsiana “Oleo” è altamente istruttiva per capire perché Michel Petrucciani abbia lasciato una traccia indelebile nel jazz. Una espressività calda e vibrante, qui al servizio di un fraseggio bobbistico, per mostrare la parte meno lirica ed evansiana del suo magistero artistico. La  sesta traccia del cd “ Tempus Fugit” è un tributo all’arte di Stan Getz, per ammirarne il pensiero musicale leggero ed essenziale, ricco di pathos. Un gigante del jazz in azione, che vola alto lungo i sentieri di una magniloquente fantasia esecutiva.

Vibrante jazz feeling e felice vis comunicativa. Sono le componenti della traccia numero otto, dove si impone il magnifico Tony Scott per il modo magistrale di rendere significativa ogni nota, con un prezioso intervento solistico destinato a lasciare il segno nella memoria dell’ascoltatore. Una quintessenza della raffinatezza armonica e della tecnica sopraffina. Si potrebbe definire così la memorabile rivisitazione di “Estate” da parte di Jon Hendriks, dalla voce sinuosa e flessibile, non gridata solo sussurrata. Una interpretazione paradigmatica per testimoniare la capacità inclusiva del jazz, nel rivitalizzare patrimoni musicali ad esso esterni.  Svetta anche il liquido sax tenore di Arnett Cobb, nel rileggere con travolgente relax esecutivo un classico del repertorio basiano.

Scorrendo l’elenco dei musicisti presenti nel cd, si ha la sensazione di sfogliare una documentata storia del jazz, mentre è solo una ristretta ed esemplicativa schiera di nomi che hanno lasciato a Palermo una traccia indelebile e fruttuosa per la crescita del jazz siciliano. Erano gli anni d’oro del jazz, per assaporarne la duplice dimensione estetica ed umana legata a note musicali e storie di vita vissuta, quando ancora i grandi nomi non erano fagocitati dallo star-system, per volare come schegge impazzite in svariati luoghi del mondo in pochi giorni. Molti dei protagonisti di questo cd sono scomparsi, ma non la loro musica che rimarrà e renderà più luminosa la nostra vita.

Maurizio Zerbo