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Musicisti al Capo

La musica popolare o folklorica, sia strumentale che vocale, differisce sostanzialmente dalla musica d’arte di origine colta, per una serie di aspetti, talvolta oppositivi.

Musicisti al Capo 1

La musica colta è infatti originata dall’ispirazione individuale dell’artista che trasferisce la sua composizione su uno spartito scritto, tale da essere successivamente eseguito dai vari interpreti, senza che il suo ruolo di autore venga messo in discussione.

La musica popolare, al contrario, nasce da una collettività anonima, in contesti privi di scrittura, per svariate ragioni di ordine sociale: come tale, si trasmette oralmente, attraverso l’ascolto e la riproposta. Religiosa o profana che sia, la musica popolare ha luogo e trova la sua ragion d’essere in determinati contesti d’uso e in funzione di questi: ha dunque un valore strumentale più che un intento estetico legato al godimento dell’ascolto, una funzione risolutiva della prassi sociale ordinaria

Mentre la musica colta è basata sulla continua innovazione, in quanto tende ad affermare l’estro creativo dell’artista nella sua libera e individuale espressione, la musica popolare, al contrario, si basa sull’esatta ripetizione di quello che si è imparato in precedenza.

Fino alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso, ancor prima dell’avvento dei mass media e della scolarizzazione in massa, la società siciliana, a parte i capoluoghi urbani, era di estrazione contadina, dunque modellata sul sistema del latifondo cerealicolo di stampo feudale, formato in gran parte da contadini, pastori, artigiani e da un’esigua minoranza di aristocratici terrieri, di rappresentanti del clero e di professionisti. Le attività economiche più diffuse erano basate sulle risorse agricole all’interno dell’isola e, sulle sue coste, sul lavoro marinaro: in entrambi i casi, l’esito della fatica era strettamente collegato all’alternarsi delle stagioni, con i diversi eventi atmosferici.

Per sopperire alla precarietà e ai rischi connessi ad un sistema produttivo così arcaico, il canto, la musica e l’intero patrimonio orale hanno sempre costituito il mezzo più naturale per alleviare le fatiche, per scandire i vari momenti della vita delle collettività e per esorcizzarne le crisi.

Per tali motivi, il lavoro marinaro e contadino sono stati all’origine di ricchi e articolati repertori musicali: si pensi, solo per fare qualche esempio, ai canti della pesca del tonno che avevano il compito di scandire le difficili operazioni della mattanza e alleviare il peso delle reti cariche di pesci; ai richiami d’avvistamento del pesce spada durante le battute di pesca nello stretto di Messina; a tutte le invocazioni, gli scongiuri e i ringraziamenti volti ad esorcizzare i pericoli connessi alle incertezze del mare, alle tempeste, alle trombe marine. (continua)

Si pensi inoltre ai canti della trebbiatura e della mietitura del grano, come atti di ringraziamento e propiziazione di quelle operazioni conclusive tanto incerte perché condizionate dal clima e dalla natura e dal rischio che questi potessero mandare in fumo la fatica di un anno, mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa delle famiglie contadine per le quali il grano era l’unica risorsa alimentare.

Si pensi ancora al ricco e articolato universo sonoro dei carrettieri siciliani, che accompagnava le lunghe e incerte trasferte per il trasporto delle merci e le soste presso i fondaci.

Anche il canto religioso, ancora presente e largamente diffuso nella nostra Isola, aveva origine dai momenti critici dell’anno lavorativo e dell’esistenza collettiva e individuale, durante i quali invocare le presenze trascendentali era l’unico mezzo di superamento di opposizioni ritenute inconciliabili.

Tutto questo ha generato, in Sicilia come altrove, una diffusione capillare di culti e patronati locali, cui sono collegati ingenti patrimoni sonori di musiche sacre, canti, lamenti, invocazioni religiose, preghiere, novene e rosari.

Ancora qualche esempio può tornare utile: i lamenti funebri della Settimana Santa, attivi in tutta la Sicilia, esorcizzano col canto la morte del Dio, auspicandone al contempo la resurrezione, come momento salvifico di tutta l’umanità; le novene natalizie che, eseguite da cantori e suonatori specializzati nel suono della zampogna, salutano la nascita del bambino Gesù, davanti alle immagini devote della Sacra Famiglia; i canti devozionali e le invocazioni, eseguiti in occasione di feste patronali in omaggio ai santi dai poteri taumaturgici e apotropaici, numi tutelari di ogni insediamento nel territorio regionale.

Accade tuttavia che le distinzioni fra musica colta e musica popolare non siano sempre così nette come nei casi sopra accennati, ma diventino più fluide qualora da un ambito rurale o marinaro ci si sposti ad un ambito prettamente urbano. In questi casi i processi di commistione fra colto, popolare e popolareggiante divengono più frequenti, per la maggiore circolazione di repertori vari provenienti dal melodramma, così come accade, ad esempio, nel caso di arie e romanze d’autore diffuse anche presso i ceti popolari.

O come è accaduto per certe “musiche da ballo” - polke, mazurke, valzer e tarantelle - in voga presso l’aristocrazia e facilmente discese verso il basso per la spinta di quelle orchestrine artigiane di sarti e barbieri che, in occasione di fidanzamenti, matrimoni e battesimi, eseguivano i loro repertori accompagnandosi con chitarra, mandolino e fisarmonica.

Oggi, la musica popolare generata dalla scansione e risoluzione di ritmi lavorativi e opposizioni irresolubili è in via di estinzione. Le grandi trasformazioni sociali che a partire dagli anni Sessanta del Novecento hanno investito in Sicilia le campagne e i borghi marinari, fagocitando le città, hanno determinato l’impoverimento e la progressiva cancellazione di questi ricchi repertori musicali.

Come operare dunque un corretto intervento di recupero e salvaguardia della tradizione orale, in alcuni casi scomparsa, in altri sottoposta a profonde alterazioni dovute a ragioni turistiche e commerciali?

Una rigorosa ricerca e raccolta sul campo di ciò che resta del patrimonio immateriale, impone anzitutto una selezione di quello che veramente è denotativo della tradizione: di ciò che è sedimentato nel tempo ed espressione di una comunità.

Perché a una qualsiasi espressione di musica popolare venga riconosciuto lo status di bene culturale immateriale occorre, in altre parole, che essa risponda a quelle caratteristiche peculiari che abbiamo fin qui individuato: la sua trasmissione orale, il suo essere iterativa - cioè ripetuta attraverso più generazioni - e collettiva e il suo essere legata ad un’occasione sociale.

Se è vero che la maggior parte dei repertori musicali folklorici appaiono oggi decontestualizzati, perché sono venute meno le ragioni della loro circolazione, è pur vero che essi sopravvivono ancora nel ricordo degli ultimi esecutori. Si parla in questi casi di memorie viventi che si incarnano nelle vite di uomini e donne talvolta inconsapevoli del proprio essere portatori della tradizione: questo ne rende doverose, urgenti e improrogabili la registrazione e la conservazione.

Sebbene la registrazione in studio di un canto popolare, eseguito sotto l’input del ricercatore, sia operazione diversa da quella della sua esecuzione contestuale, nei luoghi e con i ritmi della tradizione, la sua documentazione rappresenta conditio sine qua non per la sua futura conoscenza: il patrimonio culturale immateriale, effimero e sfuggevole se non riprodotto acusticamente e conservato su adeguati supporti analogici e digitali, rischia di essere perduto per sempre.

Orietta Sorgi