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Possibili criteri per la valorizzazione di un archivio sonoro dedicato al jazz:

l’originalità di una interpretazione :

La rivisitazione di “ ‘Round Midnight” (traccia numero 7- vol. 2 Concerti del Brass Group) lascia intravedere l’intelligenza musicale di uno dei grandi maestri del jazz drumming. È un Max Roach  in gran forma, pronto a dettare con nuovi colori le magnifiche geometrie originali dello standard interpretato.

Insieme al contrabbasso di Tyron Brown, la trainante dinamica della sua batteria costituisce un motore propulsivo esemplare, che Cecil Bridgwater  ed Odean Pope utilizzano al meglio per produrre un fraseggio post-bop dinamico e frastagliato. Una rivisitazione  sostenuta a tempo vorticoso, che si contrappone alla lectio invalsa dagli anni ‘ 60, consistente nel trattare il tema come una ballad.

Parimente originale è nel cd  la voce di Chet Baker,  che improvvisa nello stile scat  le linee melodiche del brano di Gershwin “But Not For Me”, dove peraltro  si apprezzano i raffinati impasti timbrici tra le note lunghe e trasognate della tromba ed il flauto di Nicola Stilo;

rivalutazione di artisti  di culto, ora storicizzati ma sottovalutati in vita:

(nastri di  Massimo Urbani e Woody Shaw per sottolineare la lungimiranza della direzione artistica, ed ancora il sopra citato brano mingusiano ricco di ghirigori avanguardistici, divenuti prassi comune nel jazz di oggi);

le caratteristiche peculiari di un artista: es.  la vena di balladeur di Dexter Gordon –concerto a Palermo del 1976. Un  concerto memorabile, in  linea con  le caratteristiche stilistiche più tipicamente gordoniane: una sonorità piena e rotonda; sinuose inflessioni sul registro medio-acuto; fervide doti di solista immaginativo e sensuale come pochi altri nel jazz;

la cifra originale di un artista da solista leader rispetto a quella rivelata nel principale gruppo di appartenenza: cfr. cifra blueseggiante di Milt jackson, liberata dal nitore formale e controllato del Modern Jazz Quartet;

brani manifesto di un’estetica e di un compositore: Subconscius-Lee di Lee Konitz;.

la nascita di una stella del jazz (Michel Petrucciani), documentata  a Palermo (1983)  con caratteristiche difformi dall’immagine stereotipata di riferimento ( ascendenza evansiana VS concerto palermo dalle energiche trame boppistiche);

rapporti atra associazioni musicali locali e panorama internazionale.

A tal fine l’archivio del Brass Group Palermo si è rivelato uno strumento utilissimo per studiare e  valorizzare attraverso due cd prodotti dalla Regione Sicilia le linee guida di una programmazione concertistica lungimirante, che  ha contribuito in modo decisivo alla formazione di almeno due generazioni di jazzofili e soprattutto creativi jazzisti dell’Isola, in larga parte confluiti nell’Orchestra Jazz Siciliana. Il fine era e rimane  quello di affiancare i più meritevoli artisti siciliani ai grandi nomi del jazz internazionale, per dimostrare quanto la crescita dei giovani musicisti passi attraverso il confronto con i solisti più esperti.

Paradigmatica è in tal senso la traccia numero tre del cd  sopra citato dedicato ai concerti di questa Associazione musicale, eseguita dall’Orchestra jazz Siciliana sotto la direzione di Gil Evans: un mirabile connubio artistico, che esalta tutte le possibilità  timbriche ed espressive di una delle big band più longeve ed autorevoli del panorama jazz nazionale. Alla base c’è un lavoro costante di riarrangiamento e di verifica meticolosa, con in più verve ritmica, mirabile alternarsi di tensione e distensione, duttilità  espressiva.

Caratteristiche peculiari dell’archivio analizzato.

Quello del Brass è sotto il profilo storico-musicologico uno dei più rilevanti in Italia, documentando   la progettualità creativa e trasversale di una programmazione più che trentennale, che ha sempre valorizzato  artisti dalla cifra stilistica policentrica ed aperta ai linguaggi più disparati.

Fondato nel 1974 dal Maestro Ignazio Garsia, il Brass Group di Palermo si è sempre distinto per un’attività concertistica ampia e variegata, finalizzata all’esplorazione dei più svariati  territori della civiltà musicale del’ 900. E fin dai primi concerti, in ogni cartellone trovavano spazio i grandi nomi della storia del jazz: Charles Mingus, Dizzy Gillespie, Chet Baker, Max Roach, Art Blakey, solo per fare qualche nome. Ampia e di grande valore è la documentazione del jazz italiano (Giorgio Gaslini, Enrico Rava,  Paolo Fresu, Franco D’Andrea, Enrico Pieranunzi, etc) e siciliano (Gianni Cavallaro Enzo Randisi,  Salvatore Bonafede, Mimmo Cafiero).

Grazie infatti ad istituzioni come quella palermitana, si superò negli anni ’70 l”isolamento” di una musica d’arte quale il jazz, relegata per decenni ai margini delle manifestazioni culturali più importanti. Ed anche oggi, in un periodo in cui i festival gareggiano nel conformismo per contendendosi le star meteore di turno, l’attività concertistica del Brass Group continua a segnalarsi con proposte di grande valore storico-musicale, nell’intento di far conoscere al pubblico siciliano i più validi protagonisti del jazz d’oggi.

È nata così l’idea di realizzare due cd antologici dedicati al Brass, per documentare la progettualità creativa e trasversale di una programmazione più che trentennale, che ha sempre valorizzato  artisti tra i più rappresentativi del jazz moderno, che hanno avuto un’influenza decisiva su larga parte del jazz suonato oggi, sia a livello compositivo che sul piano dell’organizzazione sonora.

Un archivio sonoro si dimostra utile anche negli aspetti musicalmente  meno interessanti (serate storte, scarsa comunicativa e vis creativa)testimoniando sia  parabole ascendenti (Petrucciani) che anche discendenti di artisti chiamati a confrontarsi con artisti di levatura, stile, classe e competenza  diversa.

Accade così che il palco e la calda atmosfera di una esibizione live possano rendere giustizia alla maestria tecnica di un pianista bravissimo, poco sapido nelle incisioni discografiche a suo nome, così come  capita di sentire super gruppi incapaci di lasciare una traccia nella memoria del pubblico.

Come ben sanno gli esperti jazzofili, questa musica ti sorprende sempre  lanciandoti una vigorosa freccia di Cupido che ti incanta quando meno te lo aspetti per riservarti anche grandi delusioni. Il momento unico ed irripetibile di una esibizione live trasforma spesso un ranocchio in un principe e viceversa, imponendo al ricercatore scelte tranchant ed impopolari, per privilegiare la  reale qualità rispetto all’altisonanza dei nomi e le sue personali preferenze.

Gli ascolti da proporre dovranno  essere riferiti alla capacità inclusiva  che ha il jazz di incorporare sin dalle sue origini suoni e musiche ad esso estranee, accogliendole e trasformandole all’interno del proprio linguaggio e della propria estetica.

L’archivio del Brass ci offre in tal senso significativi esempi di rivitalizzazione della  canzone d’autore italiana,  la bossa nova ed il rock  attraverso Jon Hendricks che rilegge Estate di Bruno Martino,  Stan Getz Gil e Evans che reinterpretano rispettivamente Jobim e Jimi Hendrix.

Sono  tutte norme sperimentali soggette ad opportuna verifica ed integrazione, da utilizzare come un “delicato strumento variabile, che deve, appunto, essere finito di adattare dalla intelligenza e dalla sensibilità di uno studioso” (Federico Chabod).

Indipendentemente dal criterio adottato, imprescindibili risultano alcuni principi storico-antropologici, propedeutici  allo studio del jazz.  Alla sua base vi è un meccanismo antropologico che i musicologi statunitensi hanno definito “Signifying”, per individuare una figura retorica volta ad  reinterpretare con nuovo senso  il dato artistico preesistente (cfr esempi di John Hendrick, Stan Getz, Gil Evans).

Nella musica  afroamericana tale prassi di risignificazione estemporanea si produce con il ragtime rispetto alla musica da ballo americana, con il gospel rispetto all’inno religioso, con il jazz rispetto al blues ed il ragtime, il funk sul soul, il rap sul funk e sul soul.

Come la tradizione musicale folklorica, anche il jazz  rimanda ad una prassi esecutiva di tradizione orale, sia nel processo creativo che in quello comunicativo. Mentre il patrimonio folk si sostanzia su modelli consolidati in cui l’invenzione individuale è limitata alla variazione del modello, nel jazz l’assolo rimodella le regole precostituite, creando nuovi valori, nuovi significati nel segno dell’espressione estetica soggettiva.

Emblematico è in tal senso il caso di Ellington e Mingus, che  imponevano ai musicisti di imparare a memoria le parti suonate o cantate loro nelle prove, al fine di rimodellare il tema con il proprio fraseggio, la proprio personalità e fisicità.

Nel jazz talora la scrittura prescrittivi cede il passo a quella descrittiva, delineando i tratti da completare al momento dell’esecuzione.

Il jazz è poi una musica dialogica che esalta la personalità individuale non solo dei solisti ma anche dei sideman, l’unicità del soggetto, l’originalità del proprio pensiero espressivo.

Il sound di una orchestra nasce dalla mescolanza di tanti individui in una unica sonorità di fondo, dove la singolarità espressiva e stlistica di ogni musicista rimane percepibile.

Per tali ragioni, archivi come quello del Brass risultano fondamentali ai fini dello studio di una estetica che esalta nella dimensione live  la corporeità del singolo e la  personalizzazione sonora del musicista (perfino il soffio percepito come un colore musicale).

Un concerto di un jazzista mediamente creativo estende le modalità di fruizione da parte del pubblico rispetto al tradizionale veicolo di trasmissione (il disco), scongiurando la ripetivitità delle esecuzioni codificate nelle incisioni ufficiali.