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Ricordando Sal Nistico (1938-1991)

 

Nel passare in rassegna la storia del jazz, si fa giustamente riferimento ai grandi geni che hanno aperto da Armstrong a Braxton nuovi orizzonti espressivi lasciando così un segno indelebile su questa estetica musicale. Ogni tanto si tende a trascurare i “traghettatori”, quei grandi musicisti che pur non avendo fatto la rivoluzione  hanno trasmesso alle nuove generazioni il senso ed il significato della tradizione.

Pochi se ne sono accorti, ma figure come quelle di Sal Nistico sono oggettivamente diventate un terreno di influenza per molti sassofonisti contemporanei. Il suo è un lascito sottile ma pervasivo, che a giudicare dall’ascolto del mainstream contemporaneo ne impregna il fraseggio ed il sound di gruppo.

Noto ai più come solista di punta della Woody Herman Orchestra tra il 1962 ed il 1965, Nistico è stato uno dei  sassofonisti bianchi più originali del jazz moderno. Benché debitore dell’eredità di Rollins, Ammons e Parker, il suo sax tenore si imponeva per una sintassi molto personale ed uno sfavillante timbro strumentale. Le sue mirabolanti incisioni con lo “swing heard” di Herman ne fanno rifulgere un suono caldo ed avvolgente, impreziosito da una straordinaria capacità di fraseggio nel registro più alto dello strumento. Proverbiale era poi  la sua tecnica strumentale, che gli consentiva di padroneggiare i tempi più veloci con  relax e verve esecutiva.

Era il tipico musician‘s musician amato da colleghi e addetti ai lavori, ma poco conosciuto dalle platee più vaste nei suoi dischi postboppistici,  che andavano così  ad integrare la gioiosa vena swing delle incisioni orchestrali. Dischi da leader come “Heavyweight” del ’61 e “Comin’ On Up del ‘62” mettono in risalto una completezza stilistica assai rara che abbinava pregnanza ritmica e  melodiosa cantabilità nelle ballad.  La classe solistica fa ovviamente la differenza nel lasciare un segno profondo ad immortali standard come “My Old Flame", “Easy Living”, “Cheryl”.

Ma rifulge pure un magnifico interplay in questi due quintetti, dove emergono Nat Adderley alla tromba e Barry Harris al pianoforte. Ed anche le composizioni originali del sassofonista statunitense di origini italiane recano il segno di una penna arguta, fantasiosa,  sempre interessante.

Nell’insieme un artista completo e duttile, come dimostrano la sua militanza  nelle formazioni di rhythm and blues a Syracuse(sua città natale) e  quella a lui più congeniale nelle orchestre del già citato Herman, Buddy Rich, Count Basie e Don Ellis. Un musicista tutto da riscoprire ed assaporare.

Ascolti consigliati: da leader Heavyweights, Jazzland, 1962; Comin’On Up, Ego, 1962; Neo Nistico, Bee Hive, 1978. Da sideman:  Woody Herman: Mosaic Select, Mosaic Records, 2010.

Maurizio Zerbo