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Il contributo della Sicilia
all'estetica e alla pratica del jazz

Recensione in anteprima del capolavoro di Franco Maresco

Nell’arte ci sono i geni che illuminano il proprio secolo, ma anche i grandi artisti che vivono una vita appartata, in attesa che il grande pubblico li scopra, finendo sovente con il diventare invisibili. A quest’ultima schiera appartiene il polistrumentista Tony Scott (al secolo Tony Sciacca), a tutt’oggi considerato artista di culto per poche schiere di jazzofili smaliziati. A rievocare la sua complessa figura umana ed artistica ci ha pensato il regista Franco Maresco, con uno dei film più appassionanti e sconvolgenti  che siano mai stati realizzati sul jazz ed i suoi protagonisti. È un film che informa, che commuove, fa ridere e riflettere con una capacità affabulatoria davvero rara nel cinema di oggi. A fare la differenza rispetto a molta cinematografia sull’argomento è la passione, l’amore, la conoscenza profonda che l’autore dimostra già da lunga data  nei confronti del jazz e del suo mondo.

Grazie poi  alla decisiva consulenza musicale di Stefano Zenni, si passano in rassegna 50 anni di storia musicale per delineare una vita vissuta tra tre continenti (America, Asia, Europa), con mille fallimenti ed insuccessi, gioie e dolori di un uomo irrequieto ed un po’ autolesionista. Emerge infatti nel film il ritratto di un musicista geniale ma dal carattere difficile, che non si adagia sugli allori conquistati (i successi dello swing e bop) in favore di nuove sperimentazioni pionieristiche (jazz e folklore asiatico), oggi divenute moneta corrente nella musica contemporanea.

C’è poi quel suo rifiutare da vero eresiarca – lui che era bianco- la lezione di Benny Goodman, per introdurre l’approccio strumentale parkeriano al clarinetto, suo strumento d’elezione. Grazie anche ad un montaggio dinamico che pone sempre il discorso musicale al centro della narrazione, vi sono episodi destinati a rimanere indelebili nella mente e nel cuore degli spettatori: tra tutti il funerale e la bara di Billie Holiday ma anche il mesto vagabondare del protagonista per le vie di Milano come un homeless, negli anni precedenti la sua scomparsa.  Un film imperdibile che apre la strada ad una più profonda  riscoperta del talento musicale di Scott e della sua arte policentrica.

Maurizio Zerbo