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Joe Venuti (1903-78), Il primo virtuoso violinista del jazz

Non tutti sanno che è siciliano il più virtuoso violinista del jazz. Joe Venuti era nato nel 1903 a Filadelfia, ma i suoi genitori erano originari della provincia di Messina. Ce lo conferma Giorgio Lombardi nel suo fondamentale “Il jazz in Italia”, dove si riporta una registrazione privata del violinista risalente agli anni ’30. Con lui era una formazione di musicisti italo-americani per una informale session intercalata ad interventi parlati, durante i quali il Nostro annuncia i brani proprio in un inglese misto a dialetto siciliano.

Nella sua famiglia tutti suonavano strumenti a corde e, nella prima adolescenza, Venuti apprese da un cugino i primi rudimenti di solfeggio per poi perfezionare la sua formazione musicale presso l’orchestra della James Campbell High School a Filadelfia. Qui conobbe il chitarrista di origini molisane Eddie Lang diventandone amico inseparabile. Il loro primo ingaggio risale al 1921 ad Atlanta nella band del pianista Bert Estlow. Poi i due si trasferirono a New York per formare uno dei più straordinari sodalizi jazzistici degli anni ’20,  interrotto dalla prematura scomparsa del chitarrista nel 1933. (continua)

Oltre ad aver militato nelle celebri orchestre di Jean Goldkette e Paul Whiteman, suonando con Bix Beiderbecke, Red Nichols, Frank Trumbauer e Adrian Rollini, Lang e Venuti producono avventurosi capolavori come “Stringin’ The Blues”, “The Wild Cat”, “Raggin’ The Scale”, “Doing Things”, “Going Place” incisi in duo o per piccoli gruppi: paradigmatici esempi di un jazz colto e raffinato, che incorpora all’interno di un gioioso swing il retroterra armonico del mondo eurocolto.

Emblematica è in tal senso l’articolazione del già citato brano “Stringin’ The Blues”, il cui secondo tema riecheggia il “Concerto per Due Violini in Re minore” di Bach. Ad impreziosire questa gemma sonora, l’impareggiabile verve ritmica del violinista, unita ad un suono cristallino e la grande tecnica strumentale. Memorabili sono poi i cambi di tempo in “The Wild Dog”, dove due temi asimmetrici si alternano a velocità diverse all’interno di una impalcatura musicale estremamente complessa. Venuti fu anche un grande esploratore degli effetti degli armonici sul proprio strumento. Attraverso un uso non ortodosso dell’arco, egli conseguì multipli effetti di personalizzazione sonora ben testimoniati dall’incisione  di “Four Strings Joe”.

Loquace ed estroverso, il Nostro amava fare feroci scherzi ai colleghi ed alcuni di questi sono stati immortalati da Bill Crow nel suo libro “Jazz Anecdotes”. A pagina 284 si legge che in un giorno imprecisato ben trentasette contrabbassisti furono convocati e beffati dal violinista per un ingaggio a New York. Ma Venuti era anche una persona molto generosa, tanto che alla morte di Lang devolve alla vedova del chitarrista una parte dei suoi guadagni. Inizia per lui un lungo periodo di declino, interrotto alla fine degli anni ’60 grazie ad una fortunata partecipazione al festival di Newport, foriera di ragguardevoli incisioni con Earl Hines, Stephane Grappelli, Zoot Sims e protrattesi sino al 1978, anno della sua scomparsa.

Con Eddie Lang, Venuti fu la principale fonte di ispirazione del duo Reinhardt/Grappelli. E la loro eredità musicale attraversò i confini del jazz sino ad impollinare la pratica del western swing e perfino del bluegrass.

Maurizio Zerbo

Riferimenti discografici: Box set di 4 cd “Eddie Lang/Joe Venuti New York Sessions”, JSP Records