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E’ morto Claude Levi-Strauss nella sua casa di Borgogna.

Aveva 101 anni. La sua scomparsa segna il tramonto definitivo di una delle stagioni più feconde dell’antropologia culturale e di tutta la riflessione etnografica, sviluppatesi in seno al colonialismo e neocolonialismo sul confronto con l’alterità dei cosiddetti popoli primitivi.

 

Fu pensatore libero ed originale, sempre schivo e diffidente verso le facili deduzioni. Insegnò a generazioni e generazioni di studiosi la conoscenza profonda e il rispetto per l’altro, riportandone l’apparente diversità (e/o inferiorità) a modalità diverse del comportamento, a manifestazioni superficiali dell’esperienza, sempre individuandone l’ unitarietà inconscia dello spirito umano:

Che cosa siamo venuti a fare qui? Che cosa è propriamente una inchiesta etnografica? L’esercizio normale di una professione come le altre, con la sola differenza che l’ufficio o il laboratorio sono separati dal domicilio da qualche migliaio di chilometri? O è la conseguenza di una scelta più radicale, che implica la messa in causa del sistema nel quale si è nati e cresciuti

Ancora da Tristi Tropici:

Se l’Occidente ha prodotto degli etnografi è perché un cocente rimorso doveva tormentarlo, obbligandolo a confrontare la sua immagine a quella di società diverse, nella speranza di vedervi riflesse le stesse tare o di averne un aiuto per spiegarsi come le proprie si fossero sviluppate… L’ etnografo si può tanto poco disinteressare della sua civiltà e declinare ogni responsabilità delle sue colpe che la sua stessa esistenza di etnografo è incomprensibile se non come tentativo di riscatto: la condizione di etnografo è simbolo di espiazione”.

Richiamando la grande lezione di Jean-Jacques Rousseau in nome di un moderno umanesimo, le sue parole risultano oggi più che mai di grande attualità e ammonimento contro i pericoli di nuovi atteggiamenti xenofobi e razzisti.

Orietta Sorgi