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Il mercato storico può essere definito in vari modi:

  • da un punto di vista fisico, come luogo caratterizzato da un’architettura effimera di materiali poveri - talvolta residuali, di riciclo - costituita da banconi e bancarelle per le merci, poste l’una accanto all’altra, illuminate da lampadine pensili e protette dalle immagini devote dei santi, sotto l’ombra di tende e ombrelloni colorati;
  • da un punto di vista scenico, come particolare forma di allestimento temporaneo che si dispiega nella durata quotidiana per poi ripresentarsi, nella medesima configurazione, il giorno dopo;
  • da un punto di vista relazionale, come trama di relazioni umane intessute in uno specifico spazio urbano, deputato fin dall’antichità al commercio;
  • e, ovviamente, da un punto di vista socioeconomico, come insieme di fenomeni, materiali e immateriali, in relazione fra di loro, finalizzati alla compravendita delle merci.

In tutti questi casi risalta un paesaggio sonoro particolare, caratterizzato dalle abbanniate dei venditori che attirano l’attenzione dei viandanti sulle qualità delle merci esposte, in un intreccio indissolubile di suoni, colori, e odori.

Un linguaggio pubblicitario sui generis, di natura orale, diverso da quello su stampa o mediatico cui siamo abituati, ma ancora efficace nel richiamare l’interesse degli acquirenti.

La documentazione audiovisiva del mercato è condizione indispensabile alla sua conservazione e conoscenza: proprio perché le sue manifestazioni sono beni culturali effimeri è doveroso registrarli su memorie durevoli.

Ogni mercato va documentato nel suo svolgimento quotidiano, iniziando le riprese dalle prime ore del mattino quando ha luogo l’allestimento delle bancarelle e la particolare disposizione delle merci, che non è mai affidata al caso ma segue precisi codici cromatici ed estetici.

Vanno inoltre segnalate le fasce orarie di massima affluenza del pubblico e le fasi di deflusso fino alla chiusura.

Contestualmente vanno registrate le abbanniate dei venditori, il momento della loro massima intensità, le transazioni delle merci con gli acquirenti, vanno ripresi gli involucri (coppi), i prezzi trascritti sui “pizzini” e tutto quanto rientra nel corredo dei mercati.

E’ opportuno rilevare il contesto della compravendita, i luoghi del mercato, spazi urbani socialmente determinati: piazzette, vicoli, cortili.

Ma il mercato non è solo compravendita delle merci e le sue ragioni non hanno unicamente una finalità economica. Esso è un fenomeno complesso, non settoriale, in cui sono presenti diversi aspetti della cultura tradizionale come i giochi, le feste e altre forme di intrattenimento collettivo. Per questo è utile non trascurare determinati elementi che a prima vista possono sembrare di secondaria importanza:

i luoghi di sosta e aggregazione maschile come ad esempio le taverne;

la cucina da strada offerta da venditori ambulanti, come – nel caso dei mercati di Palermo - panelle, crocchè, pane con la milza, stigghiola, frittola e così via.

Anche le piccole parrocchie di quartiere svolgono un ruolo importante nei luoghi del mercato e ad esso collaterale, soprattutto per l’azione delle confraternite che promuovono e diffondono capillarmente presso la gente del posto le devozioni locali.

Si instaura così un legame molto stretto fra le attività lavorative e quelle religiose che scandiscono, sacralizzandole, le prime: nei giorni della festa, i venditori, abbandonate le bancarelle, rivestono un altro esercizio, quello devozionale, e assumono le vesti di confrati e/o di organizzatori dell’iter rituale.

Attraverso il sacro anche il mercato e con esso il quartiere circostante si rivitalizza, richiamando per l’occasione vecchi e nuovi residenti, molti di questi immigrati, che in quei luoghi hanno fissato la loro residenza.

Il mercato è dunque il luogo della tradizione, ma è anche il luogo del cambiamento, dove il vecchio e il nuovo, l’arcaico e il moderno convivono in una sorta di miracoloso equilibrio. Esso si identifica con la strada, con la piazza, luogo di incontro dei passanti, punto d’arrivo della diversità culturale.

Le nuove botteghe degli immigrati con l’offerta di cibi esotici, lontani dalle nostre tradizioni gastronomiche, vi convivono così senza apparente disturbo.

Orietta Sorgi